• Pavia:

“Ecco come mi sono salvato dalle torture dei Talebani”: la storia di Walì

Dal profondo dell’Afghanistan alla Valtidone. È stato lungo e pieno di pericoli il viaggio di Walimohammad Atai, o Walì. A Zavattarello, dove lavora come mediatore culturale e linguistico in un centro per richiedenti asilo, lo chiamano tutti così. Dalla gente del posto che ha imparato a conoscerlo alle signore della biblioteca, di cui è socio. Furono loro, Christine, Ljuba e gli altri, qualche anno fa, al suo arrivo, le prime ad ascoltare la sua storia. Walì ci ha dato appuntamento qui, in mezzo ai libri, perché è a causa loro, dei libri, simbolo della libertà e dell’indipendenza di pensiero odiati dai fanatici della religione, che quando lui era appena nato, impiccarono suo padre, medico e filantropo, a un albero del villaggio. E lo stesso, probabilmente, avrebbero fatto con lui che, senza pensare troppo alle conseguenze e disobbedendo a sua madre, provò, invano, a raccontare ai suoi coetanei che c’era un mondo diverso la fuori, dove non ti mettevano in mano un kalshnikov quando avevi 7 0 8 anni e poi ti mandavano a morire con una cintura esplosiva e una chiave del paradiso al collo.