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Cinghiali, lo Stato impugna la legge regionale: gli agricoltori insorgono

La legge regionale del 17 luglio scorso sul contenimento dei cinghiali è stata impugnata dallo Stato, ma la cosa a Milano e Pavia non è piaciuta affatto. Nei giorni scorsi l’assessore lombardo all’agricoltura Gianni Fava aveva parlato di una decisione figlia di un “centralismo patetico e antistorico”. Anche perché, ha spiegato, si trattava di un modo concreto per ridurre il numero degli ungulati che causano danni ingentissimi alle colture e continui incidenti stradali anche gravi, in particolare, per la provincia di Pavia, nell’Oltrepò Pavese dove si è registrato anche un incidente mortale. Sulla stessa linea della Regione, anche le associazioni agricole.

Secondo Confagricoltura la presenza dei cinghiali in alcune zone è ormai fuori controllo e si spinge fin dentro i centri abitati, provocando oltre agli effetti devastanti sulle coltivazioni, anche problemi di ordine sanitario perché veicoli di malattie. L’organizzazione agricola, oltre ad appoggiare la protesta di Fava, ha rilanciato chiedendo allo stato di poter superare le limitazioni europee all’integrale risarcimento dei danni , ma soprattutto che vengano poste le basi per una legge che permetta una volta per tutte l’effettivo contenimento delle popolazioni selvatiche in rapporto alla sostenibilità territoriale anche per garantire l’incolumità pubblica.

La legge regionale bocciata dallo Stato prevedeva, tra l’altro, il dovere degli ambiti di caccia di risarcire almeno il 30% dei danni causati dai cinghiali nelle zone dov’è consentita la caccia e la suddivisione di zone adatte e non per la presenza degli ungulati: nelle zone non adatte la presenza avrebbe dovuto tendere allo zero mentre i capi abbattuti sarebbero stati destinati a centri di lavorazione carni e dati in beneficienza alimentare.